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Cinque anni di popolazione italiana

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Tempo di lettura: 10 minuti

L’ISTAT, nel suo comunicato stampa di questo febbraio relativo agli indicatori demografici per l’anno 2019, ha confermato il calo della popolazione residente in essere oramai da 5 anni consecutivi: evento che viene ancora una volta evidenziato. La rilevazione di questo trend è stata spesso affiancata al fenomeno dello spopolamento: con questo si fa riferimento ad una forte riduzione della quantità di popolazione in un’area geografica circoscritta. Riguardo ciò, fa meno scalpore il calo della popolazione in una piccola città di duemila abitanti piuttosto che di una provincia, una città metropolitana o di una delle regioni italiane: quest’ultime saranno prese in considerazione nei prossimi capitoli, estratto di un’analisi ben più approfondita.

Oltre alla popolazione, divisa per sesso in una prima osservazione, si prenderanno in considerazione anche due bilance con lo scopo di osservare due rispettive versioni di quelle che verranno definite popolazione debole e popolazione forte: il rapporto fra queste risulta essere un’interessante indicatore che porterà ad un ulteriore spunto di riflessione. Infine, verrà osservata la classe d’età compresa tra i 19 e 34 anni, la quale risulterà essere elemento nodale nell’interpretazione delle bilance.

I dati presi in considerazione sono quelli forniti dall’Istituno Nazionale di Statistica (da qui ISTAT)[1]ISTAT – https://www.istat.it/.

Il calo della popolazione italiana

La prima curiosità da soddisfare porta all’osservazione dei dati sulla popolazione residente al 1°gennaio dei rispettivi anni osservati. Nel dettaglio, operando un raffronto tra il 2015 e 2019, si rileva una variazione negativa sulla popolazione residente del -0,74%: entrambi i sessi rispecchiano questo trend, ma con un maggiore decremento proporzionale a carico della popolazione residente femminile col -1,06%, mentre risulta più contenuta quella della popolazione residente maschile con il -0,40% (rif. Figura 1).

Figura 1: “Variazione percentuale della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Italia”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Il trend negativo viene confermato dal triennio che va dal 2017 al 2019, la popolazione residente registra un calo del -0,40%, inoltre, invariata anche la tendenza relativa al decremento della popolazione residente femminile (-0,58%) rispetto a quella maschile (-0,21%) (rif. Figura 2).

Figura 2: “Variazione percentuale della popolazione residente tra il 2017 e il 2019 in Italia”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Le variazioni annuali danno ulteriori conferme: nessuna di quelle registrate tra il 2015 e il 2019 risultano positive, le maggiori si rilevano tra il 2016 e 2015 con un decremento del -0,22% sulla popolazione residente totale, lo stesso accade nel 2019 rispetto al 2018. La variazione più contenuta si presenta nel 2017, con il -0,13% rispetto al 2016 (rif. Figura 3).

Figura 3: “Variazioni percentuali annuali della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Italia”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Le regioni controtendenza

Le regioni che esprimono un trend controcorrente a quello nazionale sono tre, in ordine di performance: Trentino Alto-Adige, Lombardia ed Emilia-Romagna (rif. Figura 4).

Figura 4: “Variazioni percentuali della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Trentino-Alto Adige, Lombardia ed Emilia-Romagna”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Dall’osservazione delle variazioni annuali i dati risultano positivi, eccezion fatta per l’Emilia-Romagna che nel 2016, rispetto al 2015, registra una leggerissima flessione negativa del -0,05%. La stessa, negli anni a seguire e in special modo nel 2019, mostra un più affidabile segnale di ripresa (rif. Figura 5).

Figura 5: “Variazioni percentuali annuali della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Trentino Alto-Adige, Lombardia ed Emilia-Romagna”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Anche il triennio per queste tre regioni conferma la tendenza inoltre, con riferimento al grafico precedente, risulta interessante il dato sull’’Emilia-Romagna rispetto al precedente quinquennio (rif. Figura 6).

Figura 6: “Variazioni percentuali annuali della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Trentino Alto-Adige, Lombardia ed Emilia-Romagna”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Le regioni che definiscono il trend nazionale

Se tre delle venti regioni italiane hanno registrato variazioni positive ma il dato nazionale risulta negativo, è ovvio che le restanti lo abbiano influenzato negativamente e, soprattutto, corposamente. Nel quinquennio Molise, Campania, Basilicata e Liguria mostrano variazioni negative che superano il -2,00% (rif. Figura 7).

Figura 7: “Variazioni percentuali annuali negative della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 per regione”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Il triennio si conferma con la stessa posizione in questa poco rosea classifica per Molise e Basilicata, ma al terzo posto, questa volta, troviamo la Sicilia (rif. Figura 8).

Figura 8: “Variazioni percentuali annuali negative della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 per regione”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Tra le regioni che mostrano variazioni negative risulta interessante il Lazio, per il quale nel 2017 si rileva una flessione positiva (+0,17%), rispetto all’anno precedente, per poi invertirsi in un trend negativo nel 2019 (-0,31% rispetto al 2018). Allo stesso modo interessante il Veneto che, nonostante il trend negativo, mostra tra le variazioni annuali quelli che sembrano essere i segnali di una ripresa: di questo si avrà certezza in futuro, con i dati del 2020 (rif. Figura 9).

Figura 9: “Variazioni percentuali annuali della popolazione residente tra il 2015 e il 2019 in Lazio e Veneto”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

L’osservazione della popolazione attraverso le bilance

Poiché la popolazione nazionale registra un calo, influenzato corposamente da ben diciassette regioni, risulta opportuno capire se vi siano variazioni nella composizione della popolazione.

Per dare risposta a questa curiosità sono state elaborate due bilance, ognuna delle quali prende in considerazione due gruppi a confronto, ovvero:

  • Popolazione debole: coloro che risultano trovarsi in una condizione tale dove le capacità di produzione del reddito, di contribuzione e in alcuni casi di autonomia risultano nulle o estremamente ristrette;
  • Popolazione forte: al contrario della precedente, rappresenta gli individui che hanno una più elevata capacità e possibilità di produzione del reddito, contribuzione e di autonomia, necessarie per l’evoluzione non solo personale ma anche a quella del contesto sociologico in cui si ritrovano.

Come menzionato in precedenza, verranno create due bilance, nel dettaglio:

  • Bilancia 1: questa prende in considerazione una condizione utopica, dove la popolazione debole è costituita dalla classe d’età tra i 0 e 18 anni e da quella di età maggiore ai 65 anni. Da un lato chi nasce e si ritrova in fase di sviluppo e creazione delle proprie competenze, dall’altro chi arrivato all’età pensionistica. La popolazione forte è dunque costituita dai soggetti di età compresa tra i 19 e 65 anni;
  • Bilancia 2: questa, diversamente, tiene conto di una popolazione debole tra i 0 e 34 anni e di quella di età maggiore ai 65, a confronto di una popolazione forte tra i 35 e 65 anni.

Come risulta evidente dalle due bilance, la differenza risiede nella classe di età tra i 19 e 34 anni che si ritrova ad essere elemento di discussione in questo confronto, in quanto rappresentativa di coloro che rientrano, per fascia d’età, tra i N.E.E.T. (acronimo di “Not in Education, Employment o Training”). In realtà la classe N.E.E.T., con riferimento all’ISTAT, è compresa tra i 15 e 34 anni. In questo caso, non sono stati presi in considerazione i giovani tra i 15 e 18 anni, poiché non raggiunta la maggiore età non possono essere considerati, in questo caso, parte attiva e contribuente del sistema secondo le variabili descritte in precedenza.

Osservando i risultati dell’elaborazione sulle rispettive bilance con riferimento alla composizione della popolazione italiana nel 2019, la bilancia 1 mostra come la popolazione debole rappresenti il 76,55% mentre la popolazione forte il 23,45%. La seconda bilancia mostra invece una popolazione debole pari al 85,81% contro una popolazione forte del 14,19% (rif. Figura 10).

Figura 10: “Raffronto fra le due bilance per l’anno 2019”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Osservando le stesse bilance, ma con riferimento al 2015, si evince come la popolazione forte, in entrambi i casi, sia diminuita (rif. Figura 11).

Figura 11: “Raffronto fra le due bilance per l’anno 2015”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Poiché la classe d’età tra i 19 e 34 anni risulta un elemento importante di questa parte dell’analisi, è interessante osservarne le variazioni annuali tra il 2015 e il 2019, in linea dunque col quinquennio fino ad ora osservato. Fino al 2017 si registrano delle variazioni negative ma in diminuzione, elemento confermato nel 2018 e a seguire nel 2019 da una positiva ripresa per questa classe d’età (rif. Figura 12).

Figura 12: “Variazioni percentuali rispetto all’anno precedente della classe d’età tra i 19 e 34 anni tra il 2015 e il 2019”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Ma questa non mostra una ripresa su tutto il territorio italiano: la distinzione tra nord e sud Italia, spesso un triste luogo comune che descrive due opposte condizioni, anche in questo caso viene alla luce nel raffronto tra il 2015 e il 2019 (rif. Figura 13).

Figura 13: “Intensità delle variazioni registrate tra il 2015 e il 2019 nelle regioni italiane per la classe d’età 19-34 anni”
Fonte: Elaborazione su dati ISTAT

Osservando con attenzione le regioni che registrano variazioni positive in merito alla classe d’età sopracitata, Emilia-Romagna, Val d’Aosta e Lombardia ne mostrano i valori maggiori. Mentre per le regioni che detengono valori negativi, Sicilia e Calabria spiccano in questo poco roseo ranking.

Conclusioni

Il calo della popolazione residente è confermato nel quinquennio tanto quanto nel triennio. Per entrambi i sessi non sono presenti valori positivi tra le variazioni annuali. Risulta più marcato il calo per quanto riguarda la popolazione femminile rispetto a quella maschile.

Il dato nazionale è supportato da ben diciassette regioni, tra le quali spiccano Molise e Basilicata, ma più importante i valori percentuali registrati mostrano una situazione che si presenta sull’85% del territorio nazionale. Lazio e Veneto sono le uniche regioni che mostrano tanto variazioni positive quanto negative: in merito alla prima, la variazione positiva è stata seguita da un crollo dal 2018 in poi, mentre per la seconda seppur il dato sia negativo al 2019, si registra una variazione del +0,01% la quale, negli anni che verranno, mostrerà realmente se la possibilità di ripresa descritta dal trend sia, più o meno, tangibile. Tra le regioni che presentano variazioni positive sono degne di nota Trentino-Alto Adige e Lombardia: in merito all’Emilia-Romagna, anche per questa regione il trend si mostra positivo nonostante il 2018, per questo il prossimo aggiornamento annuale sarà decisivo per mostrare e definire un più robusto segnale di ripresa.

L’osservazione delle due bilance fornisce dei dati indicativi interessanti, mostra soprattutto quanto sia ristretta la popolazione con una maggiore capacità di contribuzione che si ritrova a far fronte al corretto funzionamento dell’intero sistema italiano, ovvero la popolazione forte. L’osservazione della classe d’età tra 19 e 34 anni evidenzia un ulteriore variabile della quale tenere conto poiché, tra questi, sono presenti i famosi N.E.E.T.. Inoltre, l’intensità nella riduzione della popolazione per questa fascia d’età mostra un fenomeno di polarizzazione che richiama alla spesso tanto citata differenza tra nord e sud Italia.

Spunti di riflessione

Quanto evidenziato fornisce indicazioni sulle quali porgersi ulteriori domande che necessitano chiarezza:

  • Qual è stata la variazione delle altre fasce d’età durante il periodo osservato?
  • La differenza tra la popolazione femminile e maschile si riscontra in altri ambiti?
  • Tenendo conto delle bilance proposte, quanto influiscono i dati sull’occupazione e sulla disoccupazione?

Nei prossimi articoli, si ricercherà la risposta a questa e altre domande.

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Riferimenti articolo:

Riferimenti articolo:
1 ISTAT – https://www.istat.it/

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